“Tratterete lo straniero che abita fra voi come chi è nato fra voi; tu lo amerai come te stesso; poiché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto”

Levitico 19: 34

sabato 16 maggio 2015

Siamo sale insipido?

Il 14 marzo scorso a Firenze si è tenuto l'annuale Convegno della Diaconia organizzato dalla Commissione Sinodale per la Diaconia (CSD) della Chiesa Valdese, in collaborazione con la FGEI. In quell'occasione mi è stato chiesto di tenere la meditazione introduttiva che pubblico sul blog solo ora: trattando un tema che sarebbe poi stato ripreso al Campo Studi non volevo influenzare i lavori dei gruppi - che, tra l'altro, sono stati magnifici! Buona lettura!

Voi siete il sale della terra; ma, se il sale diventa insipido, con che lo si salerà? Non è più buono a nulla se non a essere gettato via e calpestato dagli uomini. Voi siete la luce del mondo. Una città posta sopra un monte non può rimanere nascosta, e non si accende una lampada per metterla sotto un recipiente; anzi la si mette sul candeliere ed essa fa luce a tutti quelli che sono in casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli.” (Matteo 5: 13-16)

“Voi siete il sale della terra”. “Voi siete la luce del mondo”.

Care sorelle e cari fratelli, care amiche e cari amici,

devo ammettervi che non è stato semplice trovare un testo biblico per questa meditazione, vuoi per l’emozione data dalla certezza che avrei trovato, in tale contesto, un pubblico molto attento e preparato, vuoi perché desideravo mantenermi il più possibile attinente al tema del Convegno di oggi. A tal proposito ho rielaborato mentalmente molti argomenti biblici di interesse e ho letto e riletto l’ultimo numero di Gioventù Evangelica con particolare interesse all’ampio e dettagliato articolo del Prof. Garrone sul lavoro nell’Antico Testamento. Tuttavia, il sapere che il professore sarebbe stato qui mi ha fatto desistere dall’impari confronto, pensando che avrei dovuto concentrarmi su qualcos’altro! Poi ad un certo punto, la FGEI - La Federazione Giovanile Evangelica in Italia - è arrivata in mio soccorso, e in una email da parte degli organizzatori e delle organizzatrici del prossimo Campo Studi, erano riportate queste parole: “Voi siete il sale della terra; ma, se il sale diventa insipido, con che lo si salerà?” E quasi come una “chiamata” ho capito che avrei dovuto parlarvi di ciò che questi versetti mi hanno detto in maniera così improvvisa ma anche così chiara.

“Voi siete il sale della terra”. “Voi siete la luce del mondo”. Questi sono due imperativi che non danno spazio a domande o a richieste di interpretazione. Così Gesù si rivolge ai suoi discepoli in quello che appare come un discorso “ponte” - all’interno dell’ampio e articolato discorso della montagna - tra la serie delle beatitudini e l’interpretazione della legge. Ed egli - Gesù - in questo “voi” collettivo interrompe idealmente il flusso del suo pensiero per dire ai discepoli che essi sono chiamati come singoli e tutti insieme ad essere sale e luce della terra. Il sapore che dà la vita al mondo intero e al contempo la luce che lo illumina.

Ora, proviamo a dimenticare per un momento ciò che sappiamo sulla ricostruzione a posteriori fatta dall’evangelista Matteo nell’inserire qui tali frasi, e pensiamo, invece, di trovarci lì, di fronte a Gesù. Facciamo un esperimento di sospensione dell’incredulità e immaginiamo tutte e tutti di aver appena ascoltato le beatitudini, quelle parole così belle, ispirate e ispiranti, ma al contempo anche enigmatiche. Poi l’ultima che preannuncia gli insulti e le persecuzioni in vista di una lontana - nel tempo e nello spazio - ricompensa nei cieli. L’ultima beatitudine che non a caso è anch’essa esposta in seconda persona: a “voi”. Immaginiamoci - dicevo - mentre riflettiamo preoccupati su queste frasi, quando il nostro flusso di pensieri viene interrotto da Gesù, che ci dà un nuovo imperativo - di nuovo con un “voi”, cioè rivolto a noi - in grado di donarci un’incredibile energia: noi siamo il sale; noi siamo la luce. E non in futuro indefinito ma nel presente, qui e ora!

Ecco che, improvvisamente, la preoccupazione per essere poveri, afflitti e perseguitati si trasforma nella consapevolezza di essere singole e singoli che non sono monadi in un universo di sofferenze quanto piuttosto le componenti di una comunità unita in una comune missione: e come l’esistenza del sale ha un senso se esso è in grado di dare sapore al cibo, e quella della luce se è messa nelle condizioni di illuminare, la nascente comunità avrà uno scopo solo se sarà in grado di portare la buona notizia nel mondo; certamente attraverso la parola, ma anche con il servizio verso l’altro e l’altra: “affinché vedano le vostre buone opere” viene infatti sottolineato. Una comunità, dunque, il cui spirito non dovrà essere dilavato e reso insipido e che al contempo non dovrà avere paura di farsi vedere. E qui, come sempre, Gesù ci stupisce: nel darci, con le sue parole, carica ed energia, ci mette di fronte ad un compito difficilissimo.

Se pensiamo che servire il prossimo sia difficile ora - e credo che sia giusta questa riflessione in un convegno organizzato da e per chi, nelle nostre chiese, si occupa di azioni diaconali - quanto più poteva esserlo negli anni in cui predicava Gesù, così come subito dopo, quando la nascente comunità stava effettivamente prendendo una forma concreta e stava iniziando ad operare nel mondo? Un tempo in cui coloro che decidevano di aderire a quella che era considerata una “setta” rischiavano di essere cacciati dalle sinagoghe e segregati dalle loro stesse comunità. Oggigiorno al massimo veniamo additati come illusi, idealisti, o peggio “buonisti” per il tempo che spendiamo verso l’opera della chiesa - intendendola in senso ampio - e che non dedichiamo a noi stesse e noi stessi, alla ricerca della soddisfazione personale, del potere, dei soldi. Dunque, per quanto sia un compito complesso quello di testimoniare attraverso “le nostre buone opere”, il fatto che ci troviamo oggi a parlarne dovrebbe rassicurarci sul fatto che, pur tra le numerose difficoltà quotidiane e soprattutto con i limiti che caratterizzano ciascuna e ciascuno di noi, stiamo provando a essere, almeno un po’, sale e luce.

“Voi siete il sale della terra”. “Voi siete la luce del mondo”. Eppure queste due frasi, arrivatemi, come dicevo, tramite la FGEI e quindi un po’ dal cuore del mondo giovanile, mi colpiscono particolarmente perché - e qui scuserete se il discorso potrà apparire autoreferenziale - oggi esse sembrano perfettamente dirette verso i giovani e le giovani, verso quella generazione definita in inglese come Young Adults, nella quale ho scoperto anagraficamente di ricadere!

E considerando che questo argomento rientra anche nei temi che tratteremo oggi, vi chiedo (e mi chiedo): siamo noi giovani - o Young Adults “che dir si voglia” - ancora il sale della terra e la luce del mondo? Siamo considerati e soprattutto ci sentiamo tali? Credo che sia le nostre chiese sia la società tutta debbano essere chiamate a rispondere a questi quesiti; in tale ottica è stata di fondamentale importanza la richiesta che ci è giunta alcuni mesi fa dalla Commissione Sinodale per la Diaconia per l’organizzazione congiunta di questo convegno. Il tema del lavoro è infatti centrale nel contesto che stiamo analizzando. Il lavoro inteso come possibilità di trovare il proprio posto nel mondo, di soddisfare la propria vocazione, di contribuire fattivamente alla crescita e allo sviluppo della società: “L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” recita, in apertura, la nostra Costituzione, proprio per sottolinearne l’importanza. Dal lavoro dipendono direttamente la possibilità di emanciparsi dalla famiglia di origine, di scegliere se costruirsene una: “Perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre” troviamo scritto in Genesi, addirittura prima della cacciata dall’Eden, a sottolineare l’importanza dell’emanciparsi dai genitori. Emancipazione che è chiaramente legata alla possibilità di procurarsi il necessario per vivere senza il loro aiuto, cosa che successivamente, sarà dunque possibile attraverso il lavoro.

Eppure oggi sembra che qualcosa si sia spezzato nella nostra società: trovare un’occupazione che rifletta il tempo speso per studiare, che risponda alla propria vocazione, che permetta l’effettiva emancipazione garantendo le necessarie sicurezze economiche e sociali - e, diciamolo, molto spesso anche il trovare un’occupazione qualsiasi - risulta estremamente difficile. Sono certo che gli oratori che parleranno dopo di me esporranno in maniera più approfondita di quanto potrei fare io le ragioni di questa situazione, e forse le possibili soluzioni. Rimane tuttavia la sensazione di smarrimento da parte delle giovani generazioni di fronte alla mancanza di possibilità data per essere “il sale della terra” e “la luce del mondo”. Rimane la voglia - che spesso rimane un desiderio inespresso - di urlare al mondo che ci siamo anche noi!

Non voglio tuttavia nascondere anche le possibili colpe che hanno le giovani e i giovani stessi. Forse, tutto sommato, finché la famiglia di origine continua a sostenerci può essere comodo fare affidamento su di essa e “provare ad inseguire i nostri sogni”; magari ci manca anche il coraggio per affrontare quelle battaglie che hanno permesso in passato di accrescere costantemente i diritti dei lavoratori: c’è scarso interesse per le lotte sindacali e non si sente parlare spesso di idee quali, per esempio, uno “sciopero dei precari”. Ovviamente è difficile mettere in discussione anche quel poco che si è riusciti ad ottenere quando si costantemente è ricattabili. Certo potremmo farlo se pensassimo alle condizioni ben peggiori in cui si sono trovati a lottare i primi operai e le prime operaie che hanno deciso di intraprendere le lotte per i loro diritti. Potremmo farlo ma, lo ammetto, è profondamente complesso anche il solo pensarci.

Pur con tutte queste limitazioni, questi pensieri, queste preoccupazioni, oggi ci troviamo qui a riflettere insieme anche su questo tema. E non credo che sia solamente un modo per farci sentire meno escluse e esclusi; penso invece che nel scegliere insieme il tema “Lavoro. Diritto, talenti, vocazione” si sia voluto iniziare un percorso che nasce dalla consapevolezza che noi giovani, e non solo noi, siamo chiamate e chiamati insieme a contribuire al benessere e alla crescita della nostra diaconia, delle chiese e della società. Qui e ora, come qui e ora Gesù aveva chiamato i discepoli e prendersi le loro responsabilità, in quanto loro, e quindi noi con loro siamo “il sale della terra”, “la luce del mondo”.

Amen.

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